«Superfluo» è una parola che porta con sé un giudizio morale, e il giudizio morale è un pessimo strumento di analisi. Chi si mette a cercare le spese superflue con quella parola in testa arriva quasi sempre allo stesso risultato: taglia le cose che gli piacciono e che costano poco, lascia intatte quelle che non gli danno niente e che costano molto.
Il caffè al bar viene messo sotto processo ogni volta. L'abbonamento rinnovato per il quarto anno a un servizio aperto due volte non viene nemmeno notato, perché non c'è un momento in cui lo si paga: c'è solo un addebito che passa.
Superfluo non vuol dire piacevole
Una spesa superflua non è una spesa che dà piacere. È una spesa che non stai più scegliendo: continua per inerzia, per abitudine o per un automatismo di pagamento, e se sparisse domani non lascerebbe un vuoto.
Questa definizione sposta parecchie voci. Il pranzo fuori con i colleghi il venerdì, se è la cosa che rende il venerdì diverso dagli altri giorni, non è superfluo. Il servizio di cloud da cui non scarichi un file da due anni lo è, e costa più o meno lo stesso.
Il vantaggio pratico è che questa definizione si può testare sui numeri, mentre «mi serve?» no: alla domanda «mi serve?» tutti rispondono sì per quasi tutto, un'ora dopo aver comprato la cosa.
Prima domanda: quanto mi è costata quest'anno?
Non questo mese. Quest'anno. È la domanda che cambia la scala, e la scala è tutto, perché il prezzo mensile è progettato per sembrare piccolo.
Un esempio numerico, dichiarato come esempio: 12 euro al mese sono 144 euro l'anno. Quattro euro di caffè cinque giorni a settimana sono circa 1.000 euro l'anno. Quaranta euro al mese di palestra sono 480. Messi in fila con lo stesso denominatore, questi numeri si comportano diversamente da come si comportavano separati: nessuno rinnoverebbe a cuor leggero un servizio da 144 euro se glielo chiedessero una volta sola, con la cifra intera davanti.
Il calcolatore degli abbonamenti fa questa conversione per i servizi ricorrenti. Per tutto il resto serve un registro con dodici mesi dentro: un mese solo non basta, perché le spese più costose dell'anno sono spesso quelle che compaiono tre o quattro volte.
Seconda domanda: la ricomprerei oggi a quel prezzo?
È la domanda decisiva, e va posta con il totale annuo in mano, non con il prezzo di listino. Non «vale 12 euro al mese?» ma «spenderei adesso 144 euro per averlo per un anno?»
Funziona perché elimina il vantaggio ingiusto di cui gode tutto ciò che possiedi già. Rinnovare non sembra una spesa, sembra non fare niente, e non fare niente è sempre l'opzione più comoda. La domanda ribalta la posizione di partenza: ti mette davanti alla scelta come se la stessi facendo per la prima volta.
La stessa prova vale fuori dagli abbonamenti. La seconda auto, il posto auto, la cassetta di frutta a domicilio, il quotidiano digitale, l'assicurazione su un elettrodomestico. Tutte cose che hanno avuto un momento in cui avevano senso, e che non richiedono mai di dimostrare che ce l'hanno ancora.
Terza domanda: me ne accorgerei se sparisse?
La risposta onesta si ottiene solo in un modo: sospendere e aspettare. Un mese senza, e vedere se manca.
È più affidabile di qualunque ragionamento fatto a tavolino, perché l'attaccamento a una spesa è quasi sempre attaccamento all'idea di sé che quella spesa rappresenta — la persona che va in palestra, quella che legge il quotidiano, quella che cucina con gli ingredienti buoni. L'idea di sé resiste a ogni argomento. Un mese di assenza, no.
Sospendi una cosa alla volta, però. Tagliarne sei insieme produce un mese infelice e nessuna informazione su quale delle sei valesse qualcosa.
Le tre famiglie che escono dai numeri
Applicate le tre domande a un anno di movimenti, le spese si separano da sole in tre gruppi, e ognuno chiede un trattamento diverso.
- Le dimenticate. Non le scegli più da tempo e spesso non sapevi nemmeno di averle. Si tagliano in un pomeriggio, il risparmio è permanente e il costo in termini di vita quotidiana è zero. È qui che si comincia, sempre.
- Le automatiche. Le usi, ma non le hai decise: si sono installate come abitudine. Consegne a domicilio, acquisti che partono da una notifica, il secondo caffè. Non vanno tagliate, vanno riportate a una scelta — e una parte sopravvive alla scelta, il che va benissimo.
- Le scelte. Le rifaresti oggi sapendo quanto costano all'anno. Queste non si toccano, anche quando sono le più grosse della lista. Toccarle è il motivo per cui la maggior parte dei piani di riduzione delle spese dura cinque settimane.
Il taglio che dura e quello che non dura
Un taglio che richiede una decisione ogni settimana è un taglio che si paga con forza di volontà, e la forza di volontà si esaurisce. Un taglio fatto una volta — una disdetta, un cambio di tariffa, un abbonamento annuale al posto di dodici mensili — vale per tutto l'anno e non chiede niente a nessuno.
A parità di euro risparmiati, il secondo tipo è sempre preferibile. E quasi sempre, quando si guarda un anno intero di spese ordinate per totale invece che per frequenza, di tagli del secondo tipo ce ne sono più di quanti si pensasse.
Cosa non è superfluo anche se sembra
Due categorie sopravvivono a ogni prova, e vale la pena dirlo perché sono le prime a essere sacrificate quando si decide di stringere.
La prima è la spesa che previene una spesa maggiore: manutenzione, controlli dentistici, revisioni, assicurazioni su rischi che non potresti assorbire. Risparmiarci sopra è rinviare un costo più grande, e quasi mai il rinvio è gratis.
La seconda è il margine di spesa libera. Un budget che non ne lascia nessuno produce esattamente lo stesso effetto di una dieta senza pasti liberi: regge tre settimane e poi salta in un colpo solo. Nella ripartizione 50/30/20 quel margine ha una quota sua ed è previsto, non tollerato — e chi lo azzera per accelerare finisce quasi sempre a recuperarlo tutto insieme, con gli interessi.
Dove guardare, concretamente
Dodici mesi di movimenti, ordinati per totale annuo decrescente, non per data e non per numero di occorrenze. Le prime venti righe di quell'elenco contengono quasi tutto ciò su cui vale la pena decidere; le successive duecento contengono il rumore che di solito assorbe tutta l'attenzione.
Poi il budget mensile sulle voci che restano, per vedere che aria fa il mese dopo i tagli. Se dopo averli fatti il mese respira uguale a prima, hai tagliato le cose sbagliate: sono quelle che pesavano su di te senza pesare sul conto.